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7
Aquilanti, Bertocci, Biagi, Ciulla, Damioli, Lombardi, Martinelli

Palazzo Corvaja, Taormina
Dicembre 2016

 

Albert Camus sosteneva che “l’Arte, per essere bellezza, deve al tempo stesso rifiutare il reale ed esaltare alcuni dei suoi aspetti”: la mostra 7 è bellezza ed è la narrazione svelata di essa attraverso le straordinarie opere di sette artisti italiani, diversi tra loro, antitetici per certi aspetti ma accumunati da un unico grande riferimento, la figurazione. Quando l’arte si rappresenta in immagine, si insinua nel reale prediligendo la scelta di soggetti riconoscibili e perseguendo quegli esiti formali attraverso cui il contenuto arriva alla mente dell’osservatore per accrescersi di significati altri, di simboli e connessioni che superano la stessa realtà, talvolta rifiutandola, e che ci suggeriscono repliche o si perdono apparentemente fino nell’inconscio. Così accade che, con rimandi continui, giocoforza, ci si ritrovi a pensare a suggestioni che non ci si aspetterebbe nell’immediato. Scrivere della mostra 7, mi ha condotto a queste suggestioni da subito. Prima ancora che le immagini, mi ha attratto la valenza del numero sette che, fin dall’antichità, è stato un numero carico di simbologie, esprimendo la globalità, l’universalità, l’equilibrio. Quasi avvolto da un’aura di mistero, il numero sette è frequente e si associa a vari aspetti della quotidianità, dai giorni della settimana a i vizi capitali. Proprio questi, i vizi capitali, come dentro ad un calviniano gioco della parola, mi hanno condotto lungo un cammino che si è svolto da solo e che, lungi da intenti moralistici o personali, mi ha portato ad associare la Superbia, l’Avarizia, la Lussuria, l’Invidia, la Gola, l’Ira e l’Accidia alla produzione artistica di ognuno degli artisti in mostra.
Il primo dei vizi, la Superbia è Aldo Damioli. Leggenda narra che un tempo lontano gli uomini, presso Babele, tentarono l’impresa di costruire una Torre così alta da raggiungere il cielo ma Dio, punendo la loro superbia e presunzione, li disperse su tutta la terra e fece parlare loro lingue diverse così che non potessero più comprendersi. Tuttavia oggi gli uomini hanno riacquistato i mezzi per capirsi in linguaggi universalmente riconosciuti e sono capaci di edificare città estese in verticale e grattacieli che sfiorano le nuvole. Damioli con i suoi dipinti, che hanno per oggetto reiterato scorci di città e paesaggi urbani, ne è testimone consenziente. Egli, da architetto dei suoi quadri, fa della sua scelta stilistica una cifra riconoscibile che persegue con perizia geometrica; scandaglia spazi urbani statunitensi fondendoli con quelli idealmente veneziani, accenna al progredire della vita e lascia fisicamente posto all’uomo, figurina funzionale allo scopo, inserendolo nei contesti ma senza esagerare poiché la vera epifania deve essere quella dello spazio, aggettante di edifici e costruzioni. I colori della sua tavolozza sono dosati per ottenere una luce chiara e diffusa che distende l’occhio e solleva gli animi. Scenograficamente acuto oltre che prospetticamente impeccabile, si potrebbe definirlo un vedutista contemporaneo.
L’Avarizia è Giuseppe Biagi. L’avarizia intesa non nel senso più peccaminoso del termine ma nell’uso più esteso che di esso si fa e che vede l’avaro come colui che è restio a dare. Dunque è la pittura di Biagi che è avara, lo sono le sue immagini perché si compiono a forza di togliere dettagli, di omettere particolari, rimuovere il superfluo, lasciare l’essenziale. Biagi non ricerca l’effetto, non persegue la perfezione, rifugge dall’iperrealismo e mira al necessario. La privazione di un orizzonte che delimiti la tela, lascia il posto a campate di colore che si fanno paesaggio e sfondo, soggetto ed oggetto, e si distendono accennando a sfumature e ad effetti di luce vaghi; figure scontornate libere di trovare una loro collocazione, macchie di colore alludono a forme essenziali e ci restituiscono l’immagine. È concepibile, in chi ha incamerato un numero tale di nozioni dettagliate sulla pittura e sul disegno, voler liberarsene per raggiungere un’abilità pittorica sintetica e condensata, ed indagare un’arte visiva che ci restituisca solo quel poco che è però determinante: in questo Biagi è avido, di un’avidità che per chi guarda è, in tanti modi, ricchezza.
Lussuria è Girolamo Ciulla. L’abbandono al desiderio carnale si concretizza in lui con l’esigenza del tatto con la materia, origine primordiale della creazione, che scolpisce e che gli appartiene: è irruenza dell’espressione scultorea che è connessione nel disegno e nel segno e che si mischia alla vita. Nelle sue pitture su carta tracimano visioni, labirintiche linee ed intrecci, in colature di colore, che seguono percorsi che sembrano controsensi. Ciulla è complesso come l’animo dei siciliani ma lapalissiano in una semplicità, disarmante, che cela visibilità. Semina, inquadrandoli, animali in metamorfosi che divengono emblemi, oggetti significanti. La sua pittura è tesa come corde distese in direzioni continue, è un flusso tenace di lussuriosi elementi entro l’ampiezza della pagina ed oltre.
L’Invidia è Andrea Aquilanti. Quel sentimento deleterio che porta a volere per sé un bene o una qualità altrui. Aquilanti “pecca” di invidia nei confronti di un passato ormai trascorso ogniqualvolta si serve di un’immagine tratta da un’incisione di Giovanni Battista Piranesi che ci mostra Roma come una wunderkammer a cielo aperto, quando si confronta con un fregio o una scultura antica o piuttosto quando ripropone geometrie cubiste negli interni delle case. Tuttavia questo suo ritorno al passato, il suo citazionismo, altro non è che un volano per nuove energie, per sguardi attuali ed espressioni che prevedono l’ausilio di moderne tecnologie analogiche e digitali e talvolta il coinvolgimento di un pubblico come attore. Aquilanti dà vita ad un palcoscenico in cui il fondale è l’immagine antica su cui opera con tecniche miste ma l’azione che mette in scena è del tutto contemporanea, perché il copione da cui trae ispirazione è suggerito dalla realtà attuale, su cui, inesorabilmente, è spalancato il sipario.
La Gola è Carlo Bertocci. Nell’epoca dell’arte concettuale che vide il pensiero e l’idea prendere il sopravvento sul risultato estetico dell’opera stessa e privilegiare quindi la dimensione mentale a quella manuale, Bertocci fu tra coloro che, nei primi anni Ottanta, si contraddistinsero per riportare la pittura e gli strumenti del dipingere al centro della riflessione artistica italiana, ottenendo così ingordamente di raggiungere non il vile compiacimento del corpo in sé bensì quello della mano e del pensiero attraverso il recupero della tradizione. I suoi dipinti trasmettono in maniera eccezionale attraverso racconti figurati ritagliati nel tempo e negli spazi, momenti di intima realtà quotidiana, trasformandoli in rari attimi di conoscenza e svelamento. Protagonisti prediletti dei suoi dipinti sono i giovani adolescenti, attoniti, assorti e meditanti al cospetto di quello che è lo spazio mutevole dell’essere e delle cose, palpitante di forme, luce e colore. Oggetti come simboli, finestre come soglie, sfera umana e sentore divino, sospesi tra consapevolezza ed equilibrio, desiderio ed ardimento, dubbio ed opportunità.
L’Ira è Enrico Lombardi. Quella infima e silenziosa, che assale inopportunamente senza preavviso, ascendente come lo sono i suoi dipinti. È l’ira di un paesaggio straziato, violentato e martoriato dall’uomo, soggetto responsabile non presente, colpevole di mancate responsabilità oggettive. Un paesaggio immaginario, dalle tinte forti ed energiche, in cui l’unico concreto appiglio con la realtà è dato dalla casa, contenitore ed involucro, amabile o angusto riferimento. Tutto il resto è figurativa astrazione che accompagna in uno spazio che diventa luogo/non luogo della mente e dell’inconscio, metafisica esperienza, acre assenza. Nella visione di Lombardi, o per meglio dire nelle sue visioni, la terra si fa acqua, le case blocchi e geometrie in equilibrio, gli orizzonti sono accenni di linee, i monti come iceberg e gli alberi affusolati, incorporei, prendono il posto delle nuvole. Questi pochi elementi hanno la potenza di icone ed il minimalismo dei segni, non occorre altro. Eppure dell’altro c’è, che si insinua furtivamente e si mostra con forza cadenzando le superfici: sono le ombre, sagome scure di tenebre e illusione, spessori irreali di altri mondi immaginari.
E per concludere, l’Accidia è Andrea Martinelli. L’accidia intesa nell’accezione più introspettiva, uno stato melanconico che lungi dall’essere sterile conduce invece l’artista ad una riflessione su di sé e sugli altri che si esprime e si aggancia alla realtà attraverso un lungo percorso teso alla realizzazione di una mappa dell’esistenza umana. Quest’ultima prende le sembianze nei grandi volti ritratti che sono conoscenza, comunicazione, racconto; eredità autentica e cartina di tornasole dell’esercizio costante e perseverante nel disegno, sulla scia di una lunga tradizione artistica che ha origini ancestrali, laddove l’uomo ha conferito al segno il potere di espressione. Martinelli vive i volti che ritrae come un luogo della memoria, uno di quei luoghi che una volta conosciuti non si riesce più a scollarsi di dosso, ma ancor più rivive nei suoi volti con riconoscibile tatto e composta commozione. Puntuale ed accurato realismo, atmosfere trasognate e contesti anonimi. Non si ostenta bellezza estetica, sensualità e carnalità sono lontani dagli intenti. Soggetti: rughe e occhi rivelano mistero, labbra trapelano storie di vite, vecchiaia come esperienza sotto molteplici forme, giovinezza come scoperta e rivelazione.

 

Laura Cavallaro

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