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ESSERE SGUARDO
Antonio Raciti

Palazzo Platamone, Catania
Settembre 2014

 

Il fascino della cattura del tempo e dei luoghi, la fugacità di quell’istante cruciale che ci tiene sulla soglia delle infinite possibilità esplorabili costringendoci a sceglierne una, il potere della creazione di una nostra visione che possa divenire narrazione, sentimento, linguaggio, l’incontro tra esistenze, la curiosità, la ricerca. Può essere ancora questa la quintessenza della fotografia. Nell’epoca bulimica delle immagini illusorie e delle pirandelliane identità, il senso di quel gesto abusato, ossessionato, indifferenziato e reso “liquido” da una pratica sfrenata ed autoreferenziale, può ancora essere scoperta reale ed innamoramento progressivo dello sguardo. Antonio Raciti lo sa bene. Il suo percorso di vita è orientato altrove, la sua professione suggerisce altre certezze: poco importa, una vocazione in cui ci si imbatte non è meno autentica e produttiva di una coltivata con metodo e la vocazione all’arte, qualunque forma assuma, non è mai fine a se stessa. Con un’espressione fotografica poetica e sobria, supportata da un occhio meticoloso e sincero, Antonio Raciti conferma nella memoria dello scatto fotografico le personalissime e dettagliate pagine del suo diario di bordo che, come in ogni viaggio, inizia da uno sguardo. Le fotografie in mostra, scattate durante diverse tappe in Oriente, vogliono ricreare un’esperienza di visione, un’esplorazione itinerante in cui siamo orientati nel nostro individuale peregrinare dagli scatti vibranti, pieni, potenti. A condurre il racconto non sono i luoghi ma le persone incontrate, i loro volti, i loro sguardi in cui specchiare i nostri, in una tautologia visiva che rimanda a se stessi, al proprio essere. Ritratti rubati con amore e naturalezza, come se tra il soggetto ed il fotografo non si frapponesse la macchina fotografica, catalizzatore di gesti ed espressioni, bensì un altro volto a cui offrire in dono un sorriso, con cui dialogare, commossi. Immagini in grado di trasmettere il silenzio immobile dell’introspezione e degli stati di assenza e la frenesia di un dedalo di forme e colori caldi e brillanti che paiono poter rovesciare l’opacità del mondo. Come sabbia sotto i polpastrelli, Antonio Raciti riesce a rimuovere gli eccessi, decostruire l’immagine dai tecnicismi e coglierne l’essenziale, così che i soggetti rappresentati appaiono dei totem, custodi di una serafica quiete e di un’istintiva energia che si avverte, freme, sembra quasi di sentirla addosso, è epidermica. La suggestione è di condivisione, è di vita e di incontro, è la memoria dei ricordi di Antonio che ad ogni scatto si rinnova nella voglia di raccontare e si ha l’impressione che la sua ricerca di significato diventi la nostra ricerca e che il viaggio, iniziato anni fa, sia destinato a proseguire ancora e molto a lungo. Prosegue in barca, cullati dal fare amorevole di una vecchietta rannicchiata a vissuta nocchiera; si sofferma per un istante a contemplare l’oltre, accanto al silente monaco tibetano; riprende curioso nei passi spediti delle adolescenti con gli zainetti pieni di cose da fare e da dire; ammicca sornione nei tratti segnati dei volti di donna; corre veloce nel luccichio dei sogni dei bambini; si riflette nella duplice identità di un io di fronte allo specchio reale dell’altro; rispetta il serio ciglio del sapiente barbuto; avverte quasi pudore dinnanzi alla donna che giace per terra e che ha come strumenti indispensabili le sue mani; si condivide nel destino comune di anime gemelle, piccole o grandi, praticanti la stessa dottrina; si scompone come ombra sull’acqua ondeggiante a restituirci frastagliate immagini di vita. Prosegue il viaggio, ancora e molto a lungo nella presa di coscienza che, in fondo, il viaggio coincide con il nostro “essere sguardo”.

 

Laura Cavallaro

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